Mobilità sociale

Le disuguaglianze dinamiche sono non meno importanti di quelle statiche. Conta non solo la distanza fra chi ha redditi più alti e chi li ha più bassi, ma anche la probabilità che quest'ultimo ha di colmare il divario nel corso della propria vita.

Per molto tempo il grande gap presente fra il 20 per cento più ricco e il 20 per cento più povero della popolazione negli Stati Uniti è stato ritenuto socialmente accettabile perché presente in una società con forte mobilità sociale, con molti self-made men (persons) e con l'obiettivo dichiarato, se non praticato, di garantire un'uguaglianza delle opportunità.

Mobilità sociale significa che, anche se le disuguaglianze sono molto forti, è possibile, per chi si trova nella parte più bassa della distribuzione, guadagnare molte posizioni nella scala dei redditi. In realtà, gli studi più recenti, come riconosciuto anche da un rapporto per il Congresso degli Stati Uniti mostrano che l'aumento delle disparità sociali è andato di pari passo a una contrazione della mobilità sociale. E anche raccogliendo dati su disuguaglianze statiche e dinamiche fra paesi diversi, ci si accorge che dove ci sono maggiori disparità di reddito c'è meno mobilità sociale tra generazioni, una correlazione che, ironicamente, passa sotto il nome di curva del Grande Gatsby.

Quando le disuguaglianze statiche si allargano troppo, quando il 10 per cento più ricco della popolazione ottiene il 50 per cento del reddito nazionale e fino al 70 per cento della ricchezza accumulata, come oggi avviene negli Stati Uniti, è difficile che la mobilità sociale possa coprire distanze così grandi. Al tempo stesso se la società si cristallizza, eliminando le possibilità di dinamicità al suo interno, le disuguaglianze statiche tendono ad aumentare. Perché è proprio a questo serve la mobilità sociale: evitare che le differenze nei redditi si perpetuino e si amplifichino. Se non sono sempre le stesse famiglie ad essere al top, si eviterà di avere ricchezza concentrata sempre nelle stesse mani e tramandata tra una generazione e l'altra, come nelle dinastie dei secoli scorsi. Ma se ciò non avviene, le disparità nel patrimonio accumulato tenderanno a consolidarsi, rendendo più netto lo scarto tra chi può vivere solo del proprio lavoro e chi, oltre a mettere a frutto il proprio capitale umano, può investire anche uno stock di ricchezza, derivante da un capitale ingente ereditato.


Valutare la natura e l'entità della mobilità è particolarmente importante in paesi, come l'Italia, oggi in stagnazione o comunque a bassa crescita economica, ma che provengono da un lungo periodo glorioso in cui il reddito nazionale aumentava ai tassi che adesso vediamo solo nei paesi emergenti. Nei primi, la ricchezza è il risultato di una progressiva accumulazione nel corso del tempo e i redditi medi non crescono. È perciò molto più difficile che quanto guadagnato durante un'intera vita di lavoro possa permettere di colmare il divario con ricchi ereditieri che magari non hanno lavorato neanche un giorno. Nei paesi a bassa crescita, la ricchezza tramandata di generazione in generazione può offrire a chi la possiede rendite più elevate rispetto ai redditi di chi lavora. E dal momento che in genere i patrimoni si tramandano di padre in figlio, a differenza del valore e dell'ingegno, i migliori talenti sono condannati a restare sempre indietro nella scala dei redditi. L'eredità materiale diventa così più importante delle capacità personali nel determinare la posizione sociale di un individuo. Ci si allontana sempre più dall'uguaglianza delle opportunità.

Sono molte le istituzioni che possono favorire la mobilità sociale. La più importante è, forse, quella legata al sistema educativo, che dovrebbe permettere anche ai figli dei poveri di ricevere un'istruzione di qualità, svelando e dispiegando i propri talenti. Ma anche nel caso dell'accesso alla scuola e all'istruzione esiste una disparità di trattamento tra classi più e meno abbienti. Un altro ambito che ha particolare rilevanza nella promozione della mobilità sociale è quello dell'accesso al mercato del lavoro e alle professioni. Più difficile l'ingresso dalla porta principale, più irta di ostacoli ogni mobilità ascendente. I mercati finanziari e il sistema bancario giocano un ruolo molto importante perché chi ha grandi idee, ma non ha fondi propri può trovare o meno, grazie a questi soggetti, il credito che gli consente di realizzarle. I prestiti servono anche nell'investimento in capitale umano da parte di chi non ha famiglie ricche alle spalle.

Il mercato delle abitazioni - forma preponderante di ricchezza delle famiglie e maggiormente oggetto di passaggi ereditari – è parimenti molto importante nella immobilità sociale. Generalmente si ottengono forti rendite dalle proprietà immobiliari in base a fattori che hanno poco a che vedere con il proprio talento. Il sistema fiscale e le regole della tassazione hanno un ruolo decisivo nel condizionare il rapporto fra redditi da capitale e redditi da lavoro. La tassazione del capitale tende ad essere inferiore a quella del lavoro in virtù del fatto che il capitale è molto più mobile del lavoro: se lo tassi troppo cambierà destinazione. Questo rende più difficile ridurre le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi da capitale che sono generalmente più forti che nella distribuzione dei redditi da lavoro. Per affrontare questo problema c'è bisogno di un coordinamento tra paesi nella tassazione dei capitali, che si stenta a raggiungere anche solo all'interno dell'Unione Europea.

C'è una dimensione internazionale delle disuguaglianze delle opportunità che viene spesso trascurata. In genere più alte sono le barriere migratorie e più forti le restrizioni alla mobilità territoriale delle persone, soprattutto di quelle più qualificate, più difficili i movimenti all'interno della società. È uno dei problemi più seri che oggi ha di fronte il welfare state europeo, minacciato prima ancora che dalla crisi fiscale, dal tentativo di impedire la mobilità dei lavoratori all'interno dell'Unione.

Tito Boeri
Direttore scientifico Festival dell'Economia




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Tito Boeri è professore di Economia presso l'Università Bocconi, dove riveste attualmente il ruolo di prorettore alla ricerca, e Centennial Professor alla London School of Economics. È direttore scientifico della Fondazione Rodolfo Debenedetti (www.frdb.org) fin dalla sua istituzione. Ha pubblicato 13 libri con Oxford University Press, MIT Press e Princeton University Press, nonché numerosi articoli scientifici sulle migliori riviste di economia. È stato senior economist presso l'OCSE, dove ha seguito la transizione all'economia di mercato dei paesi dell'ex blocco sovietico, consulente della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea, dell'ILO, della Banca Mondiale e del Governo Italiano. È editorialista per "la Repubblica". È l'ispiratore del sito di informazione economica www.lavoce.info. È membro della Academia Europaea, research fellow della European Economic Association, CEPR, Center for Economic Performance, IZA, Netspar e Igier-Bocconi.

Tra le sue più recenti pubblicazioni in italiano: Parlerò solo di calcio, Il Mulino (2012); Le riforme a costo zero (con Pietro Garibaldi), Chiarelettere (2011); Classe dirigente (di cui è curatore assieme ad Antonio Merlo e Andrea Prat), Università Bocconi (2010); La crisi non è uguale per tutti, Rizzoli (2009); Contro i giovani (con Vincenzo Galasso), Mondadori (2007).


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